Sommario del diario di viaggio

 

 

9 agosto: Avigliano – Potenza

Siamo arrivati a Potenza! Siamo partiti in 15 e arrivati in 12, a causa di infortuni lungo il cammino. Questo dimostra che il percorso era severo. Oggi, settimo giorno di cammino, abbiamo camminato 15 km sul Cammino di Ninco Nanco. Ma ormai si camminava veloci, e l’allegria dell’arrivo nascondeva la nostalgia della fine di un viaggio che rimarrà per tutti noi speciale. Siamo partiti all’alba da Avigliano, e subito il tratturo scompariva tra i rovi. Ma un colpo di fortuna ci ha fatto trovare un passaggio nel bosco e poi sui campi gialli già mietuti. Abbiamo continuato a salire fino al crinale di Montocchio. E qui sorge una riflessione sulle pale eoliche. Stanno spuntando come funghi in Lucania, al punto che ormai il paesaggio in molti tratti è dominato da questi giganti. Mi chiedo: se continuiamo così, cosa sarà del paesaggio? E una regione come la Basilicata, che nel paesaggio ha la sua risorsa maggiore, come potrà sopportarlo?

Sul crinale dove gli alberi sono rarissimi, ci fermiamo sotto una bella quercia per l’ultima lettura dell’autobiografia di Carmine Crocco, lettura che ha accompagnato tutto il viaggio.

Ma ecco che entriamo a Potenza, dopo lunga discesa, e la gioia dell’arrivo è tangibile. Ci aspetta l’incontro con Angela dell’ufficio stampa dell’Azienda regionale turismo, che ci intervista per farsi raccontare la nostra esperienza per loro da precursori del turismo a piedi in Vulture. I nomi dei nuovi briganti di Ninco Nanco arrivati e non arrivati a Potenza sono: Mirko, Marco, Gigliola, Chiara, Alessandra, Flavio, Alessandro, Ida, Patrizia, Mike, Claudio, Laura, Guido, Francesca, e Luca la guida. Bravi a tutti noi!

 
La preparazione del pane a Borgo Lamurese

Ho avuto la fortuna di assistere alla preparazione quotidiana del pane nel Borgo Lamurese ad Avigliano con i signori Sacco, che mi rendono partecipe di questo antico – e sacro – rito. Le foto però non fanno passare il profumo e gli odori buonissimi di questa lavorazione.
Accoglienza e generosità sempre protagoniste di questi luoghi e di queste persone.
Laura

La preparazione del forno, che viene scaldato per tre ore. Mentre scalda si arrostiscono dei peperoni.

 

8 agosto 2014: Lagopesole – Avigliano

Sesto giorno di cammino, sul Ninco Nanco. 13,5 km per andare da Castel Lagopesole a Avigliano, paese natale dell’uomo a cui è intitolato questo cammino. Un tratturo che sale diritto, tra campi gialli, fino al santuario della Madonna del Carmine. Poi giù verso Avigliano, una cittadina sonnecchiante. Sotto il paese c’è Borgo Lamurese , un bed&breakfast molto carino. Alla sera tutti alla notte di Ninco Nanco, a Frusci, nei campi dove fu ucciso.

Foto: Borgo Lamurese

Foto da: Borgo Lamurese

Chi nasce zappaterra
Penultima tappa, cominciano le riflessioni. Passo da Frusci, dove Ninco Nanco è morto. A 31 anni, un giovane uomo. In questi giorni abbiamo visto una terra bellissima, conosciuto un popolo gentile ed ospitale. Amo la Lucania e i lucani. Le tracce della guerra dei briganti sono scarse. Sul terreno e nei cuori della gente. Come dice Crocco nella sua autobiografia, il popolo lucano così come gridò “Viva Crocco” al suo ingresso nei paesi, così gridò “Viva Vittorio Emanuele” quando i Savoia riconquistarono il Vulture. Perché a questi contadini e pastori mansueti la guerra non interessa, non fa per loro. Gente pacifica.
Che vive di duro lavoro da secoli e secoli, e rivoluzioni e restaurazioni sono passate, effimere. Chi nasce zappaterra muore zappaterra.
Questi briganti sicuramente non erano banditi avidi di denaro, come li ha dipinti la storiografia dei vincitori. Giovani che avevano subito torti profondi, e nel vedere il loro territorio invaso da altri giovani che parlavano una lingua del nord, non potevano accettare una nuova ingiustizia, erano esasperati e passarono alla violenza, con rabbia. Quindi non possiamo chiamarli eroi, mitizzarli, hanno fatto del male. Ma possiamo dar loro nuova dignità, Ninco Nanco e Carmine Crocco erano giovani uomini che preferirono morire da ribelli piuttosto che chinare la testa. Non c’è molta differenza con Che Guevara.

Oggi sono passato da Frusci, una decina di case in mezzo alla campagna. Qui Ninco Nanco fu accerchiato in una capanna, si arrese e fu ucciso. A Frusci c’è un bella quercia in un prato, mi fermo a guardarla e a fotografarla, e penso che potrebbe avere l’età di Ninco Nanco. Circa 180 anni. Sento che in quella quercia c’è l’anima di Ninco Nanco, la sua anima prosegue il viaggio sotto forme pacifiche, ora. Mi fermo e immagino che il padre di Ninco Nanco quando nacque suo figlio piantò un alberello, per ricordarsi di quel bel momento, e quella quercia adesso ha 180 anni e ha visto tutto. Ha visto che ogni uomo nasce nel profondo buono, aperto al mondo, accogliente e generoso. Poi ad alcuni sfortunati arriva la sofferenza che porta alla guerra. La guerra è sempre sbagliata, la violenza fu terribile da entrambe le parti. Ma di ogni guerra si può dire chi non doveva esserci, in quel conflitto. I giovani bersaglieri piemontesi non dovevano essere qui. Immaginatevi se voi, poveri zappaterra, vedeste arrivare un popolo straniero che con le armi commetta ingiustizie. Potreste reagire con gesti di pace, oppure potreste darvi alla macchia e alla guerriglia resistente.
Ma oggi gli zappaterra lucani sono ancora qui.
Anche se molti sono emigrati, in questi giorni ho scoperto che sono più i lucani emigrati di quelli residenti. Qualcuno è rimasto, coraggioso e laborioso, a tentar di sopravvivere per amore della propria terra. Che è terra ricca di valori positivi.

Ieri ho conosciuto un contadino davvero speciale, si chiama Antonio, vive in una contrada sperduta, Sterpito di Sotto, che è pure più piccola di Sterpito di Sopra. Qui Antonio vive con la famiglia, e ora fa il contadino. Anche se non ne ha l’aspetto. Le donne del nostro gruppo lo ribattezzano “il Clint Eastwood del Vulture”. Lui è molto colto, cita i libri di Antonio Moresco e dice che ascolta solo Radio Tre. Ecco, questo è il simbolo positivo di questo viaggio, grazie alla cultura l’uomo pacifico cambia il mondo con piccoli gesti rivoluzionari (Antonio tiene puliti i boschi con la roncola, per consentire agli alberi di crescere meglio), recuperando un rapporto profondo con il proprio territorio, le proprie radici, la propria terra.

Luca Gianotti

La quercia di Frusci

Antonio di Sterpito di Sotto

Antonio di Sterpito di Sotto

Da dove passa la strada che porta ad un sorriso… ?

La ricerca di un sentiero è una prova di pazienza, un passaggio si trova guardando il colore della terra, si percepisce a pelle, lo si può anche annusare… nell’aria.
Quando cammini, lo sai che il passaggio è lì che ti aspetta, e mi piace pensare che forse anche lui vuole essere trovato, magari proprio da me.

A volte, anche nella vita, ci si cerca e ci si aspetta… anche per tanti anni, e poi però quando ci si trova, proprio come due amici, ci si vede un po’ invecchiati, ma ci si riconosce subito, senza esitazioni.

Penso
Da dove passa la strada che porta ad un sorriso… ?

Forse passa proprio dal sapere che anche se il tempo nasconde a volte le cose… di sicuro non le cancella

Mirko

 

7 agosto 2014: Priore – Lagopesole

Quinto giorno di cammino alla scoperta del Vulture, il Cammino di Ninco Nanco arriva a Castel Lagopesole, dopo 14 km di fuori sentiero.

Partiamo all’alba, colazione a Sant’Ilario, dove conosciamo il maestro artista Zaccagnino, che crea usando le canne. Poi Sterpito di Sotto e finalmente Lagopesole. Qui dopo la visita al castello ci aspetta una escursione organizzata per noi dal Gruppo Coordinamento Donne di Avigliano…

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La giornata si è chiusa alla grande per i briganti camminanti della Lucania. Visita a Toppo Li Sassi organizzata da Caterina Telesca e le donne del Gruppo Coordinamento Donne di Avigliano e Lagopesole. La Forestale ci ha aperto questo sito archeologico che si raggiunge a piedi, pitture rupestri di più di 10000 anni fa. C’erano tante persone… e alla fine dell’escursione nella contrada Carpini, una sopresa: una festa in nostro onore! (video) Peperoni cruschi, la strazzata (pane al pepe tipico dei matrimoni di Avigliano), salumi, vino, musica con l’organetto, e alla fine una tarantella tutti insieme. Che ospitalità stupenda!

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6 agosto 2014: Rapone – San Fele – Priore

Quarto giorno di cammino, 17 km, partiamo da Rapone, siamo stati ospiti della Locanda del Borgo, veramente eccellente, sia la struttura ricavata in una ex prigione di briganti, con belle camere, una cena ottima, il progetto di Piero, Michela, Viola e Gabriele è encomiabile, quattro ragazzi del paese, che hanno fatto esperienza fuori e hanno deciso di tornare per fare questa bella attività.

Arrivati all’imbocco delle cascate U Uattenniere di San Fele, ci aspettano Michele Sperduto, presidente dell’associazione che ha valorizzato queste bellissime cascate, riaprendo un bel sentiero dove un tempo andavano a fare il bagno i bambini del paese, e Fernanda Ruggiero, la vulcanica donna che tanto sta facendo per la valorizzazione di questa zona (di lei parleremo più tardi).

Dopo le cascate, visita a San Fele, un bel paese incastrato tra due monti rotondi. Poi la strada dei fiori fino a Pierno, visita all’abbazia con Padre Alberto. E l’arrivo a Priore, dove abbiamo dormito chi all’aperto sul prato, chi in una stanza. Priore è un borghetto che un tempo si può immaginare vissuto da un centinaio di persone, ora ci vivono 4 anziani, erbacce al posto delle strade, ma una fonte buonissima. Le due famiglie sono gentilissime, ci aiutano a sistemarci, ci offrono buon vino paesano e altre cose. Ora i figli , che vivono in Svizzera, sono tornati per le vacanze. (Luca Gianotti la guida)

San Fele. Terra di acque, santi e briganti Cascate U uattenniere cascata cascata 32c

 
Padre Alberto

Padre Alberto dell’abbazia di Pierno ci sta raccontando la storia dell’abbazia e di San Guglielmo da Vercelli, benedettino che voleva andare a Gerusalemme in pellegrinaggio ma non ci arriverà mai.

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Fernanda Ruggiero

Abbiamo incontrato Fernanda Ruggiero, una donna vulcanica, con una bella storia. Lei è irpina, vicino ad Avellino, poi ha lavorato come manager a Bologna. Per lavoro è arrivata a San Fele, e ha capito che doveva cambiare vita e trasferirsi qui. Sentiva che qui era la sua vita, e infatti poi ha anche costruito famiglia qui. Da consulente esperta di turismo, ma soprattutto da persona appassionata del suo nuovo territorio, crea iniziative a non finire, ha collaborato alla riscoperta delle cascate, organizza eventi, crea rete tra le persone, insomma sta facendo tanto per il territorio. E anche per noi del Cammino di Ninco Nanco ha fatto tanto, ci ha messo in contatto con tante persone e ci ha dato suggerimenti preziosi. A Pierno sta allestendo un giardino di rose e altre piante, ogni pianta è offerta e dedicata a qualcuno, anche la Compagnia dei Cammini ha una bellissima rosa rampicante! Grazie Fernanda!

Rosa dedicata alla Compagnia dei Cammini

 
 
Michele Sperduto

Incontriamo Michele Sperduto, presidente dell’associazione Cascate di San Fele U uatteniere. Insieme a un nutrito gruppo di volontari ha riaperto le cascate, perse nella vegetazione. Ora il sentiero è aperto e pulito, e ci racconta che ora le cascate sono una delle attrattive turistiche più frequentate della Basilicata. Arrivati in paese ci porta alla loro sede per vedere il modellino in legno di una gualchiera, che da il nome alla cascata, un mulino ad acqua per battere la lana. Nella foto con Luca Gianotti al quale consegna la tessera di socio onorario della loro associazione.

Il Quotidiano del Sud ed. Basilicata

Siamo sul Quotidiano della Basilicata!

 

5 agosto 2014: Calitri – Rapone

Terzo giorno di cammino, oggi 14 chilometri da Calitri a Rapone, tanto caldo, abbiamo evitato l’asfalto andando alla ricerca di improbabili sentieri spesso scomparsi nella vegetazione. Ma ce l’abbiamo fatta, e siamo orgogliosi e contenti! Siamo passati da alcune masserie, ci siamo fermati a chiedere acqua e abbiamo trovato una bella accoglienza curiosa e affettuosa.

Michele, un agricoltore che vive con la famiglia da generazioni in una masseria isolata sul confine tra Campania e Basilicata

Michele, un agricoltore che vive con la famiglia da generazioni in una masseria isolata sul confine tra Campania e Basilicata, ci ha accompagnati per un tratto per farci vedere il passaggio nella vegetazione di un fosso altrimenti non passabile, ecco che nella prima foto lo ringrazio. Mi ha raccontato quanto sia difficile ormai vivere di agricoltura e pastorizia, non trova neanche chi gli compra gli agnelli. I figli, come si può immaginare, non continueranno l’attività della masseria, troppo dura e troppo poco rimunerativa. In un’altra masseria abbiamo avuto il piacere di poter pescare l’acqua da un pozzo freschissimo. La signora della masseria subito si è spaventata, chi sono questi 15 che arrivano dal bosco e invadono la masseria? Mirko la tranquillizza, e lei diventa accogliente, ci lanciamo secchiate di acqua fresca e lei ci saluta gridando mentre ripartiamo.


un nascondiglio dei briganti?

A ora di pranzo non riuscivamo a trovare una bella ombra sotto cui riposare, ecco che dietro alcuni alberi è sbucato il rudere di una piccola casetta, in un punto panoramico che domina la valle. Un posto magico, dove abbiamo letto brani di Carmine Crocco e di Eugenio Bennato, e la suggestione era forte, avrebbe potuto essere un nascondiglio dei briganti?

Testo e foto di Luca Gianotti

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Daniele (cugino di Vinicio Capossela), Vito e Giuseppe, uomini gentili di Calitri. Daniele dice: siamo cugini, ma lui fa il musicista, io l’elettricista!

La ferrovia abbandonata

La ferrovia abbandonata (foto: Marco)

 

Citazione scelta da Chiara:

Arrivare fin quaggiù e arrivarci da solo, con le proprie gambe, è fare un viaggio fino alla perfiferia del rapporto con se stessi, è mettersi alla prova, è cercare, non scappare, ma andare fino in fondo a conoscere i propri fantasmi
[Jovanotti, Il Grande Boh!, 1998]

 

4 agosto 2014: Rionero in Vulture – Calitri

Secondo giorno del Cammino di Ninco Nanco nel Vulture. Altra giornata bella faticosa: 20 km di cammino, anche su terreno impegnativo. Siamo arrivati tutti a Calitri, un bel paese in provincia di Avellino, siamo arrivati piuttosto provati. Stasera ci aspetta una cena speciale, nelle grotte della Locanda dell’Arco.

Ecco alcune foto di oggi, nella prima i briganti del Cammino osano sfidare le correnti del fiume Ofanto. Ma al guado abbiamo rinunciato, meglio passare sul ponte!

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Filomena

Ecco la signora Filomena nella cui bella casa in campagna abbiamo dormito a Rionero in Vulture. Il sorriso dell’accoglienza! (Laura)

I camminatori non amano l’asfalto. Nel cammino di Ninco Nanco nei primi due giorni abbiamo fatto anche molto asfalto. Molte carrarecce, molte mulattiere, sono state asfaltate. La caccia al non asfaltato è il lavoro più grosso per un camminatore. E quando lo trovi, una bella carrareccia lunga chilometri, ti compiaci e ti senti viandante. Nel sud d’Italia, dove i sentieri non sono organizzati, è più difficile camminare, però c’è anche una sensazione opposta: il sentirsi in un luogo vero, non in un divertimentificio, un luogo vero è fatto di bello e di brutto, il camminatore consapevole deve conoscere entrambi, non nascondere la testa sotto la sabbia. Camminare vuol dire conoscere, noi ci stiamo provando.

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Lasciamo il Monte Vulture e camminiamo verso valle, in territori coltivati, verso il torrente Atella e il fiume Ofanto.

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Calitri è un grande e bel paese. Con uno degli uffici postali più famosi d’Italia. E un festival tra pochi giorni, lo Sponz fest ideato da Vinicio Capossela, ci si aspetta 50mila persone. Qui nel 1980 c’è stato il terremoto, si è costruito un paese nuovo di edilizia selvaggia, il centro storico è in parte abbandonato e paralizzato come se il terremoto fosse stato pochi anni fa. Peccato dover ripartire, a Calitri valeva la pena conoscere meglio questi posti!

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Calitri

 

3 agosto 2014: Melfi – Rionero in Vulture

Oggi 20 km con dislivelli di 1000 metri in salita e altrettanti in discesa. Inizio piuttosto faticoso! Ecco qualche foto, nelle faggete sembra di veder spuntare i briganti di Carmine Crocco da un momento all’altro… vicino alla cima del Monte Vulture c’è un rifugio gestito dal Cai di Melfi, sono molto ospitali, stanno cucinando i finferli che hanno appena raccolto. Poi la discesa ai laghi di Monticchio e la lunga strada fino a Rionero, il paese di Carmine Crocco.

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Le brigantesse del Cammino di Ninco Nanco condividono con voi questo brano dall’autobiografia del brigante Carmine Crocco: “ho inteso da certi uomini dire: «Eh sono femmine e basta!» quale disprezzo massimo per le donne. Taci fellone: la femmina è la madre dell’uomo, la femmina è la moglie dell’uomo, senza di essa non vi è vita. La femmina è la figlia dell’uomo senza di essa non vi è padre contento; e finalmente la femmina è sorella dell’uomo e senza di essa non vi è fratello contento, né famiglia contenta.” Siamo partiti, anzi, siamo al rifugio sotto il Monte Vulture! #camminoninconanco

Brigantesse

Rionero in Vulture, un grande paese, con ospitalità calorosa. Le tracce di Carmine Crocco sono ovunque. Bella cena con orecchiette con cime di rapa, strascinati, e altre buone cose. Il vino è forte, si beve in modo generoso.

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Monte Vulture

Foto del Monte Vulture fatta da Rio Nero, è la cimetta più a destra. Foto scattata dalla dimora dove parte del gruppo ha alloggiato, in piena campagna (Laura)

Mi sono sentito a casa, quando una signora, con occhi orgogliosi, scendendo dal treno mi ha stretto la mano e mi ha dato un caloroso benvenuto nella sua Melfi.
Mi sono sentito a casa quando ho incontrato il sorriso di Patrizio, un ragazzo di Rionero che passava in auto per strada e che, vedendoci un po in difficoltà ha dato un passaggio in centro paese a tutta la compagnia (siamo in 15!)
Sentirsi a casa quando si è in cammino, è quando ci si sente desiderati dai luoghi e dalle persone che incontri, quando percepisci la loro vicinanza, lo vedi dagli sguardi curiosi, lo cogli dai gesti.
Chi cammina sa che può trovare una casa ovunque vada, perché il camminare porta con se un animo aperto pronto a conoscere ed a incontrare, se poi quando le persone ci sono davvero, e negli incontri ti offrono oltre a quello che hanno anche una parte di loro stessi, ecco che davvero la magia accade.
Mirko

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Questa foto me la sono ritrovata sul tablet senza averla modificata così. Era una foto di un faggio, e ecco lo spirito del faggio, che mi parla di luoghi magici, nascondigli di briganti, mi vien voglia di nascondermi nella faggeta! (Luca G)

2 agosto 2014

Con l’augurio che il cammino di Ninco Nanco sia una esperienza condivisa perché grazie agli Intenti ci consentirà di Attraversare e farci Attraversare da Molteplici Spazi e Anime… È la geofilia che emerge, quel desiderio di Terra, la passione per chi la transita… che si fa condividendo con gli altri e con la volontà di ricostruire itinerari seminando Capitali e Paesaggi Umani…
Chiara

Melfi

Il gruppo del #camminoninconanco si è riunito, domani si parte!

Città di Melfi (Pz). È severamente proibito giocare al pallone

Melfi, la prima città in cui è “severamente” proibito giocare a pallone. Peccato che giocare sotto il cartello sia così eccitante…

 

Nuovi briganti

Se si parla di certi argomenti la retorica è sempre in agguato.
Il luogo comune, l’ideologia imperante.
La partigianeria invece va bene, come diceva Gramsci:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” (Antonio Gramsci, 1917).
Ho sempre cercato di vivere seguendo queste parole.

Tra le illuminazioni ricevute sulla strada del mio incontro col brigantaggio, una importante è la lettura del libro “Terroni” di Pino Aprile. Mai retorico. Controcultura, contro verità, la verità dei perdenti. Come diceva un mio amico pochi giorni fa, Pino Aprile non è uno storico di professione (è giornalista) per cui agli storici delle Università dà piuttosto fastidio. Dà fastidio che sia arrivato prima lui. Facile accusare di voler creare una Lega del Sud, ecc. ecc. (e diamo subito voce ai detrattori, per non perder tempo, ecco qui: http://www.linkiesta.it/risorgimento-revisionismo-terroni-salvatore-lupo). Ma se leggete Pino Aprile leggerete proprio il contrario. Leggerete poca retorica, poca ideologia e poco leghismo.
Se avrete la pazienza di arrivare agli ultimi due capitoli leggerete che al posto della vendetta si propongono valori positivi e virtuosi per far si che dal Sud parta una rinascita per l’Italia intera. Possibile? Poco credibile? Tutt’altro. Se il Sud, dopo un processo di rilettura della propria storia, prendesse consapevolezza dei fatti accaduti centocinquanta anni fa, e senza più rimorsi né voglia di nascondere portasse i valori meridiani come antagonisti della società consumistica che sempre ha imperato nel Nord e che ora dimostra i suoi limiti, ecco che dal Sud potrebbero partire le spinte positive per la rinascita di un paese (la nostra Italia) che altrimenti sembra vecchio decrepito.
E qui mi fermo, non volevo fare un proclama.

Volevo dirvi che io sto col Sud. Sono partigiano. La cosa buffa è che sono del Nord. Ho gli occhi chiari e avevo (avevo…) i capelli biondi (ora sono grigi).  Origini tutte a Nord, Repubblica cispadana. Però ho imparato ad amare i valori del sud, la lentezza contro la vita frenetica, l’ospitalità e la generosità contro l’indifferenza e il sospetto, il buon cibo della terra contro il fast food.  Ho capito che dobbiamo esportare i valori del Sud al Nord, se vogliamo vivere bene. E trasformare le negatività (“terroni pelandroni e scansafatiche”) in positività (persone che hanno capito la decrescita per primi).
Si parte dalla memoria per provare a cambiare il presente.
Si deve partire dal quel lontano 1861.
Dai briganti.
Possiamo chiamarli così, con questo termine spregiativo? C’è chi dice che dobbiamo chiamarli ribelli, o partigiani, per rendergli di nuovo onore. A me però la parola “briganti” piace, ha un bel suono. Ci sono parole che da negative possono acquistare col tempo accezione positiva. Briganti ora lo è. Io mi sento un “nuovo brigante”, un brigante senza spada, senza fucile, ma con la voglia di essere antagonista.
E mi interessa scavare nella memoria del Sud, negli archivi dimenticati, perché quel che successe in quei giorni violenti e maledetti in parte spiega cosa siamo ora.

Camminare è uno strumento potentissimo per scavare negli archivi della memoria.  Camminare consente di vedere il mondo senza gli occhiali della velocità, delle ideologie, delle retoriche. Sempre di più mi interessa camminare per scavare. Ecco dove nasce il Cammino di Ninco Nanco, ma allo stesso modo ho creato il Cammino dei Briganti in Abruzzo, e il cammino Spirale della Memoria per scavare in altri archivi un poco più recenti.
Forse non salterà fuori niente di nuovo da quei cassetti, ma sono sicuro che chi camminerà su quei sentieri con consapevolezza tornerà a casa con le idee più chiare, ai pregiudizi avrà sostituito i giudizi, ai preconcetti i concetti. Pestando le storie, annusando i luoghi, abbracciando le persone.
Come dice un proverbio spagnolo: Caminar es atesorar!, cioè camminando si raccolgono tesori.
Noi ci proviamo, seguiteci, se volete.

Luca Gianotti

www.lucagianotti.it

Luca Gianotti

Intervista a Eugenio Bennato

Eugenio Bennato ha scritto un bel libro. Dal titolo “Ninco Nanco deve morire” (Rubbettino Editore). E’ un libro che ci parla di Bennato in forma autobiografica, per spunti tematici legati al brigantaggio e alla sua musica. Sapientemente alternati. Bennato ci racconta la sua versione della questione meridionale. Perché nella sua carriera Bennato ha sempre di più affrontato sia nelle canzoni che nei suoi approfondimenti personali, la questione meridionale e le false verità dell’unificazione risorgimentale. E vuole proporre un modello alternativo positivo, in cui sud diventi un valore e non un’arretratezza. Citando pensatori come Franco Cassano, per esempio. Nel cui pensiero meridiano si afferma che i valori tipici del sud, ospitalità, cultura del dono, appartenenza alla comunità, lentezza, rapporto con la natura, matriarcato, sono i veri valori dell’oggi, di una società antagonista a quella capitalista ufficiale. Per Bennato i “nuovi briganti” sono coloro che si rifanno a questi valori: i giovani dei movimenti, chi fa scelte di vita controcorrente, chi decresce, chi va lento (e noi possiamo iscrivere i camminatori come noi in questa categoria di nuovi briganti).

libro bennatoQuesti spunti di riflessione nel libro, come dicevo, si alternano sapientemente all’analisi di alcune canzoni di Bennato, di cui ci racconta come sono nate, come sono cresciute, ed è interessante vedere quanta consapevolezza e attenzione c’è in Bennato nel dare un senso a ogni singola parola di ogni sua canzone. C’è poi tutta la vicenda della canzone “Brigante se more”, scritta da Bennato nel 1980 per la colonna sonora dello sceneggiato tv “L’eredità della priora”, ma poi diventata inno popolare al punto da dimenticarsi l’autore. Per cui per molti quella canzone era una vera canzone di lotta dei briganti ottocenteschi, e molti nel sud giurano che il loro nonno gliela cantava da piccoli… ma nella versione filo-borbonica riscritta in malo modo da un reazionario monarchico (che poi ha confessato sotto pressione di Bennato) che storpia il discorso della canzone originaria e la metrica musicale. Caso interessante di come le opere sfuggano dalle mani degli artisti e facciano strade imprevedibili.

Conclude Bennato: “Sono loro i briganti di oggi. Sono tanti.  Sono una variabile impazzita nel nuovo ordine dei potenti della Terra. Sono i nuovi briganti del mondo reale. Che si contrappone con la sua energia creativa all’appiattimento pianificato del mondo virtuale. Loro esistono, ma le luci dei set televisivi non si accendono mai sui loro volti. La cultura ufficiale si ostina disperatamente a non vederli… Un po’ come successe al maledetto, indifendibile, inesistente Ninco Nanco, che dopo essere stato eliminato da un confuso proiettile nel 1864 è stato ucciso ancora migliaia di volte, giorno dopo giorno, per centocinquant’anni. “

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Eugenio Bennato ha rilasciato a Luca Gianotti una intervista esclusiva. Eccola.

LG: Caro Eugenio Bennato, tu studi da tanti anni il fenomeno del brigantaggio, e hai scritto tante canzoni sull’argomento: ci puoi dare la sua interpretazione? Erano davvero partigiani, come una nuova storiografia sostiene? A leggere la biografia di Carmine Crocco esce una realtà complessa, fatta di sofferenza, rabbia, ribellione, che viene incanalata spesso male, in violenza e ruberia…

Bennato: I briganti erano personaggi di varia estrazione, idealisti, malfattori, artisti, nostalgici, sbandati, ma sicuramente lontani dalla tipologia dell’approfittatore che si inchina al nuovo potere per trarre immediati privilegi personali.

LG: Ninco Nanco: lo dipingi come un anti-eroe, che è stato ucciso per motivi politici, per farlo tacere, perché avrebbe potuto rappresentare una possibile icona popolare, simile a Emiliano Zapata, a Che Guevara … ti prego di spiegarti meglio, chi era Ninco Nanco?

Bennato: Il motivo per cui mi sono deciso a scrivere una ballata su Ninco Nanco è la consapevolezza che questo avrebbe portato quel nome, quel volto e quel personaggio fuori dall’anonimato della storia. Ninco Nanco è morto in battaglia, ma di lui per 150 anni nessuno aveva mai parlato. Ho scritto quella canzone guardandomi bene dall’affermare che fosse un eroe, oppure un bandito (basta leggere il mio testo: non c’è neanche una parola sulle “gesta” di Ninco Nanco). E’ un uomo che è esistito, e che hanno fatto fuori per distogliere l’opinione pubblica del tempo dai traffici di interesse tra gli occupanti e i nuovi arricchiti. “Ninco Nanco deve morire”, perché così si parla dell’eliminazione del brigantaggio e non della chiusura delle ferriere di Mongiana o dei cantieri navali di Castellammare.

LG: Noi cammineremo per sette giorni da Melfi a Potenza, qual’è il tuo rapporto col Vulture? Quali  emozioni  ricevi da questa terra?

Bennato: “E che ne saccio d’a Basilicata? Dice ca Cristo nun c’è mai venuto / e prima ‘e chesta terra s’è fermato. E che ne saccio d’a Basilicata / è na storia o na favola luntana / ca mentre a siente già t’à si’ scurdata ”

(nota: Bennato cita la sua “Canzone della Basilicata”, che in italiano dice:

E che ne so della Basilicata
dicono che Cristo non c’è mai venuto
e prima di questa terra s’è fermato
E che ne so della Basilicata
è una storia o una favola lontana
che mentre la senti già ti sei dimenticata)

LG: Carmine Crocco, altra figura chiave della questione meridionale: perché a un certo punto si sfaldò l’alleanza con il generale Borjes? (Quell’alleanza assomiglia molto a certi inciuci di oggi…)

Bennato: Crocco esprimeva al più la corrente anarchica del movimento brigantesco, non certo quella legittimista. In “Brigante se more” io ho sottolineato questa componente nel verso “nun ce ne fotte d’o rre burbone/ ma a terra è a nostra e nun s’adda tucca’. Questo è stato contestato dai nostalgici filoborbonici che hanno falsificato quel verso con “nui cumbattimmo p’o rre burbone”. Ma la verità della Storia è che Crocco e Borjes avevano obbiettivi diversi e diverse personalità, e questo portò (come dice Alianello) al blocco dell’avanzata antisavoia proprio quando Potenza stava per cadere. E’ il momento decisivo della guerra perduta.

LG: Cosa si aspetta Eugenio Bennato dal Sud? Come può contribuire agli antagonismi in giro per l’Italia? (penso al movimento No Tav in Val di Susa, per esempio)… Come può il Sud valorizzare il suo patrimonio?

Bennato: Il sud, come tanti autorevoli pensatori e filosofi stanno affermando negli ultimi anni (Franco Cassano, Marcello Veneziani, Mario Alcaro) sono portatori di un pensiero autonomo e nuovo che si contrappone alla crisi di valori della cultura egemone. Il sud comincia a pensare se stesso non più in termini di “nord mancato” ma come universo culturale autonomo, depositario di cultura, di dialetti di musica e di sentimenti che si contrappongono al mondo della civiltà globale.

LG: E per finire, noi che stiamo per partire per il Vulture, cosa possiamo trovare di interessante da questo punto di vista?

Bennato: Il silenzio, il vento, un grido lontano che viene dal passato, un tamburo di una umanità nuova e controcorrente, una canzone d’amore di Rionero.

(a cura di Luca Gianotti)

Brigante se more

Interessante la vicenda della canzone “Brigante se more”, scritta da Eugenio Bennato nel 1980 per la colonna sonora dello sceneggiato tv “L’eredità della priora”, ma poi diventata inno popolare al punto da dimenticarsi l’autore. Per cui per molti quella canzone era una vera canzone di lotta dei briganti ottocenteschi, e molti nel sud giurano che il loro nonno gliela cantava da piccoli, chi dice che era abruzzese, chi molisana… ma tutti la citano nella versione filo-borbonica riscritta in malo modo da un reazionario monarchico (che poi ha confessato sotto pressione di Bennato) che storpia il discorso della canzone originaria e la metrica musicale. Caso interessante di come le opere sfuggano dalle mani degli artisti e facciano strade imprevedibili.

Ma la canzone ormai appartiene ai ribelli, ai nuovi briganti di ogni tipo. Anche a noi. Che la ascoltiamo in una versione bellissima, lo riconosce lo stesso Bennato nel suo ultimo libro. Quella di due grandi voci napoletane di oggi, Raiz e Pietra Montecorvino:

Patrocinio del Taranta Power

Il Cammino di Ninco Nanco ha avuto il patrocinio del movimento Taranta Power di Eugenio Bennato!

Taranta Power

Ci fa piacere perché l’idea del viaggio è nata ascoltando le canzoni di Bennato. Lo sapevate che Eugenio Bennato oltre che la canzone dedicata a Ninco Nanco scrisse anche, insieme a Carlo d’Angiò, nel 1980, una suonata dedicata a Carmine Crocco? E’ strumentale, breve ma intensa:

Chi era Carmine Crocco?

Carmine Crocco

Carmine Crocco

Era il più importante brigante di questa storia. Fu il generale di un esercito di briganti, anche se era nato modesto capraro a Rionero in Vulture, ma doveva essere molto intelligente, perché riuscì a coordinare un esercito di circa 2500 persone. I briganti erano suddivisi in bande, piccole o grandi, e ognuna aveva un suo capobrigante (Caruso, Ninco Nanco, Schiavone, Caporal Teodoro, Coppa, Sacchitiello, ecc.). Ma tutte le bande sottostavano agli ordini di Carmine Crocco. Continua a leggere