Nuovi briganti

Se si parla di certi argomenti la retorica è sempre in agguato.
Il luogo comune, l’ideologia imperante.
La partigianeria invece va bene, come diceva Gramsci:
“Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” (Antonio Gramsci, 1917).
Ho sempre cercato di vivere seguendo queste parole.

Tra le illuminazioni ricevute sulla strada del mio incontro col brigantaggio, una importante è la lettura del libro “Terroni” di Pino Aprile. Mai retorico. Controcultura, contro verità, la verità dei perdenti. Come diceva un mio amico pochi giorni fa, Pino Aprile non è uno storico di professione (è giornalista) per cui agli storici delle Università dà piuttosto fastidio. Dà fastidio che sia arrivato prima lui. Facile accusare di voler creare una Lega del Sud, ecc. ecc. (e diamo subito voce ai detrattori, per non perder tempo, ecco qui: http://www.linkiesta.it/risorgimento-revisionismo-terroni-salvatore-lupo). Ma se leggete Pino Aprile leggerete proprio il contrario. Leggerete poca retorica, poca ideologia e poco leghismo.
Se avrete la pazienza di arrivare agli ultimi due capitoli leggerete che al posto della vendetta si propongono valori positivi e virtuosi per far si che dal Sud parta una rinascita per l’Italia intera. Possibile? Poco credibile? Tutt’altro. Se il Sud, dopo un processo di rilettura della propria storia, prendesse consapevolezza dei fatti accaduti centocinquanta anni fa, e senza più rimorsi né voglia di nascondere portasse i valori meridiani come antagonisti della società consumistica che sempre ha imperato nel Nord e che ora dimostra i suoi limiti, ecco che dal Sud potrebbero partire le spinte positive per la rinascita di un paese (la nostra Italia) che altrimenti sembra vecchio decrepito.
E qui mi fermo, non volevo fare un proclama.

Volevo dirvi che io sto col Sud. Sono partigiano. La cosa buffa è che sono del Nord. Ho gli occhi chiari e avevo (avevo…) i capelli biondi (ora sono grigi).  Origini tutte a Nord, Repubblica cispadana. Però ho imparato ad amare i valori del sud, la lentezza contro la vita frenetica, l’ospitalità e la generosità contro l’indifferenza e il sospetto, il buon cibo della terra contro il fast food.  Ho capito che dobbiamo esportare i valori del Sud al Nord, se vogliamo vivere bene. E trasformare le negatività (“terroni pelandroni e scansafatiche”) in positività (persone che hanno capito la decrescita per primi).
Si parte dalla memoria per provare a cambiare il presente.
Si deve partire dal quel lontano 1861.
Dai briganti.
Possiamo chiamarli così, con questo termine spregiativo? C’è chi dice che dobbiamo chiamarli ribelli, o partigiani, per rendergli di nuovo onore. A me però la parola “briganti” piace, ha un bel suono. Ci sono parole che da negative possono acquistare col tempo accezione positiva. Briganti ora lo è. Io mi sento un “nuovo brigante”, un brigante senza spada, senza fucile, ma con la voglia di essere antagonista.
E mi interessa scavare nella memoria del Sud, negli archivi dimenticati, perché quel che successe in quei giorni violenti e maledetti in parte spiega cosa siamo ora.

Camminare è uno strumento potentissimo per scavare negli archivi della memoria.  Camminare consente di vedere il mondo senza gli occhiali della velocità, delle ideologie, delle retoriche. Sempre di più mi interessa camminare per scavare. Ecco dove nasce il Cammino di Ninco Nanco, ma allo stesso modo ho creato il Cammino dei Briganti in Abruzzo, e il cammino Spirale della Memoria per scavare in altri archivi un poco più recenti.
Forse non salterà fuori niente di nuovo da quei cassetti, ma sono sicuro che chi camminerà su quei sentieri con consapevolezza tornerà a casa con le idee più chiare, ai pregiudizi avrà sostituito i giudizi, ai preconcetti i concetti. Pestando le storie, annusando i luoghi, abbracciando le persone.
Come dice un proverbio spagnolo: Caminar es atesorar!, cioè camminando si raccolgono tesori.
Noi ci proviamo, seguiteci, se volete.

Luca Gianotti

www.lucagianotti.it

Luca Gianotti

Intervista a Eugenio Bennato

Eugenio Bennato ha scritto un bel libro. Dal titolo “Ninco Nanco deve morire” (Rubbettino Editore). E’ un libro che ci parla di Bennato in forma autobiografica, per spunti tematici legati al brigantaggio e alla sua musica. Sapientemente alternati. Bennato ci racconta la sua versione della questione meridionale. Perché nella sua carriera Bennato ha sempre di più affrontato sia nelle canzoni che nei suoi approfondimenti personali, la questione meridionale e le false verità dell’unificazione risorgimentale. E vuole proporre un modello alternativo positivo, in cui sud diventi un valore e non un’arretratezza. Citando pensatori come Franco Cassano, per esempio. Nel cui pensiero meridiano si afferma che i valori tipici del sud, ospitalità, cultura del dono, appartenenza alla comunità, lentezza, rapporto con la natura, matriarcato, sono i veri valori dell’oggi, di una società antagonista a quella capitalista ufficiale. Per Bennato i “nuovi briganti” sono coloro che si rifanno a questi valori: i giovani dei movimenti, chi fa scelte di vita controcorrente, chi decresce, chi va lento (e noi possiamo iscrivere i camminatori come noi in questa categoria di nuovi briganti).

libro bennatoQuesti spunti di riflessione nel libro, come dicevo, si alternano sapientemente all’analisi di alcune canzoni di Bennato, di cui ci racconta come sono nate, come sono cresciute, ed è interessante vedere quanta consapevolezza e attenzione c’è in Bennato nel dare un senso a ogni singola parola di ogni sua canzone. C’è poi tutta la vicenda della canzone “Brigante se more”, scritta da Bennato nel 1980 per la colonna sonora dello sceneggiato tv “L’eredità della priora”, ma poi diventata inno popolare al punto da dimenticarsi l’autore. Per cui per molti quella canzone era una vera canzone di lotta dei briganti ottocenteschi, e molti nel sud giurano che il loro nonno gliela cantava da piccoli… ma nella versione filo-borbonica riscritta in malo modo da un reazionario monarchico (che poi ha confessato sotto pressione di Bennato) che storpia il discorso della canzone originaria e la metrica musicale. Caso interessante di come le opere sfuggano dalle mani degli artisti e facciano strade imprevedibili.

Conclude Bennato: “Sono loro i briganti di oggi. Sono tanti.  Sono una variabile impazzita nel nuovo ordine dei potenti della Terra. Sono i nuovi briganti del mondo reale. Che si contrappone con la sua energia creativa all’appiattimento pianificato del mondo virtuale. Loro esistono, ma le luci dei set televisivi non si accendono mai sui loro volti. La cultura ufficiale si ostina disperatamente a non vederli… Un po’ come successe al maledetto, indifendibile, inesistente Ninco Nanco, che dopo essere stato eliminato da un confuso proiettile nel 1864 è stato ucciso ancora migliaia di volte, giorno dopo giorno, per centocinquant’anni. “

 eugenBenn

Eugenio Bennato ha rilasciato a Luca Gianotti una intervista esclusiva. Eccola.

LG: Caro Eugenio Bennato, tu studi da tanti anni il fenomeno del brigantaggio, e hai scritto tante canzoni sull’argomento: ci puoi dare la sua interpretazione? Erano davvero partigiani, come una nuova storiografia sostiene? A leggere la biografia di Carmine Crocco esce una realtà complessa, fatta di sofferenza, rabbia, ribellione, che viene incanalata spesso male, in violenza e ruberia…

Bennato: I briganti erano personaggi di varia estrazione, idealisti, malfattori, artisti, nostalgici, sbandati, ma sicuramente lontani dalla tipologia dell’approfittatore che si inchina al nuovo potere per trarre immediati privilegi personali.

LG: Ninco Nanco: lo dipingi come un anti-eroe, che è stato ucciso per motivi politici, per farlo tacere, perché avrebbe potuto rappresentare una possibile icona popolare, simile a Emiliano Zapata, a Che Guevara … ti prego di spiegarti meglio, chi era Ninco Nanco?

Bennato: Il motivo per cui mi sono deciso a scrivere una ballata su Ninco Nanco è la consapevolezza che questo avrebbe portato quel nome, quel volto e quel personaggio fuori dall’anonimato della storia. Ninco Nanco è morto in battaglia, ma di lui per 150 anni nessuno aveva mai parlato. Ho scritto quella canzone guardandomi bene dall’affermare che fosse un eroe, oppure un bandito (basta leggere il mio testo: non c’è neanche una parola sulle “gesta” di Ninco Nanco). E’ un uomo che è esistito, e che hanno fatto fuori per distogliere l’opinione pubblica del tempo dai traffici di interesse tra gli occupanti e i nuovi arricchiti. “Ninco Nanco deve morire”, perché così si parla dell’eliminazione del brigantaggio e non della chiusura delle ferriere di Mongiana o dei cantieri navali di Castellammare.

LG: Noi cammineremo per sette giorni da Melfi a Potenza, qual’è il tuo rapporto col Vulture? Quali  emozioni  ricevi da questa terra?

Bennato: “E che ne saccio d’a Basilicata? Dice ca Cristo nun c’è mai venuto / e prima ‘e chesta terra s’è fermato. E che ne saccio d’a Basilicata / è na storia o na favola luntana / ca mentre a siente già t’à si’ scurdata ”

(nota: Bennato cita la sua “Canzone della Basilicata”, che in italiano dice:

E che ne so della Basilicata
dicono che Cristo non c’è mai venuto
e prima di questa terra s’è fermato
E che ne so della Basilicata
è una storia o una favola lontana
che mentre la senti già ti sei dimenticata)

LG: Carmine Crocco, altra figura chiave della questione meridionale: perché a un certo punto si sfaldò l’alleanza con il generale Borjes? (Quell’alleanza assomiglia molto a certi inciuci di oggi…)

Bennato: Crocco esprimeva al più la corrente anarchica del movimento brigantesco, non certo quella legittimista. In “Brigante se more” io ho sottolineato questa componente nel verso “nun ce ne fotte d’o rre burbone/ ma a terra è a nostra e nun s’adda tucca’. Questo è stato contestato dai nostalgici filoborbonici che hanno falsificato quel verso con “nui cumbattimmo p’o rre burbone”. Ma la verità della Storia è che Crocco e Borjes avevano obbiettivi diversi e diverse personalità, e questo portò (come dice Alianello) al blocco dell’avanzata antisavoia proprio quando Potenza stava per cadere. E’ il momento decisivo della guerra perduta.

LG: Cosa si aspetta Eugenio Bennato dal Sud? Come può contribuire agli antagonismi in giro per l’Italia? (penso al movimento No Tav in Val di Susa, per esempio)… Come può il Sud valorizzare il suo patrimonio?

Bennato: Il sud, come tanti autorevoli pensatori e filosofi stanno affermando negli ultimi anni (Franco Cassano, Marcello Veneziani, Mario Alcaro) sono portatori di un pensiero autonomo e nuovo che si contrappone alla crisi di valori della cultura egemone. Il sud comincia a pensare se stesso non più in termini di “nord mancato” ma come universo culturale autonomo, depositario di cultura, di dialetti di musica e di sentimenti che si contrappongono al mondo della civiltà globale.

LG: E per finire, noi che stiamo per partire per il Vulture, cosa possiamo trovare di interessante da questo punto di vista?

Bennato: Il silenzio, il vento, un grido lontano che viene dal passato, un tamburo di una umanità nuova e controcorrente, una canzone d’amore di Rionero.

(a cura di Luca Gianotti)

Brigante se more

Interessante la vicenda della canzone “Brigante se more”, scritta da Eugenio Bennato nel 1980 per la colonna sonora dello sceneggiato tv “L’eredità della priora”, ma poi diventata inno popolare al punto da dimenticarsi l’autore. Per cui per molti quella canzone era una vera canzone di lotta dei briganti ottocenteschi, e molti nel sud giurano che il loro nonno gliela cantava da piccoli, chi dice che era abruzzese, chi molisana… ma tutti la citano nella versione filo-borbonica riscritta in malo modo da un reazionario monarchico (che poi ha confessato sotto pressione di Bennato) che storpia il discorso della canzone originaria e la metrica musicale. Caso interessante di come le opere sfuggano dalle mani degli artisti e facciano strade imprevedibili.

Ma la canzone ormai appartiene ai ribelli, ai nuovi briganti di ogni tipo. Anche a noi. Che la ascoltiamo in una versione bellissima, lo riconosce lo stesso Bennato nel suo ultimo libro. Quella di due grandi voci napoletane di oggi, Raiz e Pietra Montecorvino:

Chi era Carmine Crocco?

Carmine Crocco

Carmine Crocco

Era il più importante brigante di questa storia. Fu il generale di un esercito di briganti, anche se era nato modesto capraro a Rionero in Vulture, ma doveva essere molto intelligente, perché riuscì a coordinare un esercito di circa 2500 persone. I briganti erano suddivisi in bande, piccole o grandi, e ognuna aveva un suo capobrigante (Caruso, Ninco Nanco, Schiavone, Caporal Teodoro, Coppa, Sacchitiello, ecc.). Ma tutte le bande sottostavano agli ordini di Carmine Crocco. Continua a leggere